
La giornata di confronto dedicata alla costruzione di un possibile masterplan dell’acqua per il Distretto del Cibo del Canavese e della Collina torinese ha rappresentato un momento di lavoro particolarmente ricco, in cui competenze scientifiche, istituzionali e tecniche si sono confrontate su un tema destinato a diventare sempre più centrale per la pianificazione territoriale e agricola.
La mattinata è stata dedicata a una sessione plenaria che ha costruito progressivamente il quadro di riferimento: dalle strategie di adattamento al cambiamento climatico, alle evidenze scientifiche sui trend idroclimatici, fino alle implicazioni per la gestione delle risorse idriche, l’agricoltura e la biodiversità.
In apertura, Roberto Cremonini di ARPA Piemonte ha approfondito il quadro scientifico con l’analisi dei trend climatici e idrologici rilevati negli ultimi decenni. I dati mostrano un aumento progressivo delle temperature medie e una modifica della distribuzione delle precipitazioni, con eventi più intensi ma meno regolari e una riduzione del contributo nivale alle risorse idriche stagionali. Cremonini ha illustrato come questi cambiamenti si traducano in indicatori di stress idroclimatico sempre più evidenti, che segnalano un crescente rischio di deficit idrico durante la stagione irrigua. Il contributo di ARPA ha sottolineato l’importanza di rafforzare le reti di monitoraggio e di integrare i sistemi informativi esistenti (stazioni meteorologiche, sensori idrologici, geoportali regionali) con le banche dati agricole e di gestione delle derivazioni, così da rendere possibile una pianificazione realmente informata.
Il secondo contributo è stato presentato da Paolo Cumino e Emanuele Possiedi per la Regione Piemonte, che hanno illustrato i risultati di uno studio regionale condotto con il supporto di Cassa Depositi e Prestiti basato su dati ARPA. L’analisi ha ricostruito in modo sistematico il quadro delle superfici irrigue piemontesi, dei sistemi di derivazione e delle infrastrutture idriche, elaborando scenari di fabbisogno e di deficit irrigui in relazione alle proiezioni climatiche. Lo studio propone un pacchetto articolato di azioni, che spaziano dal miglioramento della conoscenza e del monitoraggio della risorsa fino alla realizzazione di nuovi invasi e al potenziamento dell’efficienza irrigua: è stato evidenziato come, se alcune di esse possano essere attivate nel breve periodo – ad esempio attraverso la misurazione sistematica delle portate o l’introduzione di concessioni adattive – altre richiedono investimenti infrastrutturali di lungo periodo. Un punto centrale dell’intervento è stato il richiamo alla necessità di coordinare questi interventi con le politiche agricole regionali e con gli strumenti di finanziamento disponibili per le imprese e i consorzi irrigui.
La prospettiva istituzionale sulla gestione della risorsa è stata quindi approfondita da Vincenzo Latagliata della Città metropolitana di Torino, che ha illustrato le competenze dell’ente nella gestione del demanio idrico e nelle autorizzazioni alle derivazioni. Latagliata ha richiamato l’esperienza della sperimentazione sul deflusso ecologico, strumento che mira a garantire un equilibrio tra i diversi usi dell’acqua – agricolo, idropotabile, idroelettrico e ambientale – e che richiede modelli di gestione sempre più dinamici e adattivi. L’intervento ha evidenziato come la gestione della scarsità idrica non possa più basarsi su schemi statici, ma debba prevedere protocolli di emergenza e meccanismi di concertazione tra i diversi concessionari e soggetti istituzionali, in modo da affrontare situazioni di crisi senza compromettere gli equilibri né degli ecosistemi fluviali e né dei sistemi produttivi.
Paolo Lo Conte ha dedicato il proprio intervento alla biodiversità acquatica e all’ittiofauna, evidenziando come la gestione dell’acqua non sia soltanto una questione di disponibilità quantitativa della risorsa, ma anche di qualità ecologica degli ecosistemi fluviali. L’analisi ha illustrato la composizione delle comunità ittiche nei corsi d’acqua del territorio e le principali pressioni che ne condizionano la conservazione: alterazioni idromorfologiche, frammentazione degli habitat, variazioni nei regimi di portata e qualità delle acque. Molte specie ittiche sono particolarmente sensibili alle modifiche dei regimi idrologici e alle discontinuità ecologiche introdotte da infrastrutture e derivazioni: qualunque strategia di gestione della risorsa idrica dovrebbe pertanto essere valutata anche alla luce dei suoi effetti sugli ecosistemi acquatici. Integrare la tutela della biodiversità nella pianificazione idrica non rappresenta quindi un vincolo esterno, ma una condizione essenziale per garantire la resilienza complessiva dei sistemi fluviali e dei territori agricoli che da essi dipendono.
Particolarmente utile per collegare la dimensione scientifica alla gestione concreta dell’irrigazione è stato il contributo di Francesco Ferrero dell’Università degli Studi di Torino, un esempio di collaborazione tra ricerca, aziende agricole e consorzi irrigui volto a comprendere in modo più preciso il funzionamento dei sistemi irrigui tradizionali e le reali possibilità di miglioramento della loro efficienza. Attraverso un lavoro di ricostruzione dettagliata del sistema irriguo il gruppo di ricerca ha cercato di colmare una lacuna ricorrente negli studi sull’irrigazione: la mancanza di un vero e proprio bilancio idrico territoriale. La riflessione proposta di conseguenza ha a che fare proprio con il concetto di efficienza irrigua, che non può essere ridotto al semplice rapporto tra acqua distribuita e acqua assorbita dalle colture, dal momento che nei sistemi irrigui tradizionali, una parte significativa dell’acqua percola nel suolo contribuendo alla ricarica delle falde e al mantenimento degli equilibri idrologici locali. Per questo motivo, l’efficienza deve essere valutata in una prospettiva più ampia, che tenga conto non solo della produttività agricola, ma anche del valore ambientale, economico e sociale associato alla gestione dell’acqua.
Infine, Davide Murgese, ha presentato l’impostazione concettuale del percorso progettuale del MASTERPLAN SWITCH, il masterplan dell’acqua ideato per il Distretto del Cibo del Chierese-Carmagnolese, introducendo il paradigma della cosiddetta “spugna intelligente”. L’idea di fondo è che l’adattamento alla crescente variabilità climatica non possa essere affidato esclusivamente alla costruzione di nuove infrastrutture idrauliche, ma debba passare da un ripensamento del funzionamento complessivo del territorio. Attraverso interventi diffusi (aree di infiltrazione, rinaturalizzazione di corridoi ecologici, soluzioni paesaggistiche…) il territorio può comportarsi come una “spugna”, capace di assorbire le precipitazioni intense e restituire progressivamente la risorsa durante i periodi più secchi. Il modello proposto mira dunque a ripensare una gestione della risorsa idrica che non veda soltanto la dimensione infrastrutturale, ma che sappia interpretare al meglio i cosiddetti “servizi ecosistemici” che la natura e il paesaggio stesso ci offrono.
Dopo la sessione plenaria della mattina, il lavoro è proseguito nel pomeriggio con una serie di tavoli di confronto che hanno coinvolto amministratori, tecnici, rappresentanti dei consorzi irrigui, agricoltori, ricercatori e professionisti del settore. L’obiettivo non era più quello di presentare dati o scenari, ma di discutere in modo operativo le implicazioni di quanto emerso nella prima parte della giornata e di individuare possibili linee di lavoro per la costruzione del futuro masterplan dell’acqua.
Il confronto si è articolato principalmente attorno a due grandi ambiti tematici: da un lato la governance e la pianificazione della risorsa idrica a scala di distretto, dall’altro le pratiche agricole e la gestione sostenibile dell’acqua nelle aziende e nei sistemi irrigui. Pur partendo da prospettive diverse, le discussioni hanno mostrato rapidamente una forte interdipendenza tra questi due livelli, evidenziando come le scelte tecniche e agronomiche siano strettamente legate alla qualità degli strumenti di coordinamento istituzionale e alla disponibilità di dati condivisi.
Uno dei temi più ricorrenti nel tavolo dedicato alla governance è stato quello della conoscenza del sistema idrico territoriale. Diversi partecipanti hanno evidenziato come, nonostante la lunga tradizione irrigua dell’area e la presenza di numerosi consorzi e gestori, manchi oggi una visione complessiva e aggiornata dell’insieme delle infrastrutture e dei flussi idrici. Le informazioni esistono, ma sono spesso frammentate tra enti diversi, difficilmente accessibili o non omogenee. Da questa constatazione è emersa con forza la proposta di costruire una piattaforma territoriale condivisa, capace di integrare dati meteorologici, livelli di falda, portate dei corsi d’acqua, infrastrutture irrigue, invasi e concessioni di derivazione.
Una base informativa di questo tipo non avrebbe soltanto una funzione conoscitiva, ma rappresenterebbe anche lo strumento indispensabile per sviluppare forme di gestione adattiva della risorsa, in grado di reagire rapidamente alle situazioni di scarsità o agli eventi estremi. In questa prospettiva, la misurazione sistematica delle portate e il monitoraggio continuo delle principali variabili idrologiche sono stati indicati come prerequisiti fondamentali per qualunque evoluzione del sistema di concessioni e di riparto dell’acqua.
In questo quadro, è stata discussa anche la possibilità di evolvere gli strumenti di collaborazione esistenti — come protocolli o accordi di programma — verso forme più strutturate e vincolanti, capaci di definire con maggiore chiarezza responsabilità, procedure e modalità di gestione delle situazioni di crisi idrica.
Il secondo grande ambito di discussione ha riguardato le pratiche agricole e l’uso della risorsa nelle aziende. Il confronto è partito da una constatazione condivisa: l’agricoltura del territorio è fortemente legata a sistemi irrigui storici, in particolare all’irrigazione a scorrimento, che hanno plasmato nel tempo non solo il paesaggio ma anche gli equilibri idrologici locali. Questo tipo di irrigazione, infatti, oltre a sostenere la produzione agricola contribuisce in molti casi alla ricarica delle falde e al mantenimento di specifici habitat umidi.
Allo stesso tempo, però, sono stati evidenziati alcuni limiti di questi sistemi in termini di efficienza nell’uso della risorsa e di possibili impatti sulla qualità delle acque, soprattutto quando il trasporto superficiale può favorire il trasferimento di nutrienti o fitofarmaci verso i corpi idrici. Da qui è nata una discussione articolata sulla transizione verso tecnologie irrigue più efficienti, come i sistemi a goccia o a microirrigazione.
Un punto emerso con chiarezza è che questa transizione non può essere affrontata come una semplice scelta tecnica a livello aziendale. I costi di investimento, le caratteristiche delle infrastrutture esistenti e l’organizzazione dei sistemi consortili rendono necessario un approccio coordinato, basato su progetti pilota territoriali e su forme di sostegno economico che permettano di distribuire i costi nel tempo. In questo senso è stata sottolineata l’importanza di combinare strumenti di finanziamento pubblico con meccanismi di valorizzazione economica dei servizi ecosistemici prodotti dalle pratiche agricole più sostenibili.
Parallelamente si è discusso anche del ruolo delle pratiche agronomiche nella gestione della risorsa idrica. Tecniche come l’uso di colture di copertura, le rotazioni più articolate o le lavorazioni conservative del suolo possono infatti migliorare la capacità di ritenzione idrica dei terreni e ridurre la vulnerabilità delle colture agli stress idrici. Tuttavia, i partecipanti hanno evidenziato come l’adozione di queste pratiche richieda spesso un periodo di adattamento e comporti inizialmente incertezze produttive, motivo per cui risultano fondamentali attività di accompagnamento tecnico e strumenti di supporto economico.
Nel complesso, il lavoro dei tavoli ha portato a individuare alcune direzioni di lavoro convergenti per il futuro masterplan. Tra queste, la costruzione di una infrastruttura informativa condivisa per la gestione della risorsa, l’avvio di progetti sperimentali su scala territoriale per l’innovazione irrigua e agronomica, e il rafforzamento di strumenti di coordinamento istituzionale capaci di integrare le esigenze dei diversi settori che dipendono dall’acqua.
Se la sessione plenaria della mattina aveva delineato il quadro scientifico e strategico della questione idrica, il lavoro del pomeriggio ha quindi mostrato come quel quadro possa essere tradotto in un percorso concreto di pianificazione. Il masterplan che si intende costruire dovrà infatti nascere proprio da questa capacità di mettere in relazione dati, competenze e interessi diversi, trasformando la gestione dell’acqua da risposta emergenziale a progetto strutturale di sviluppo territoriale.
Presto saranno disponibili sul nostro sito le presentazioni dei relatori dell’evento.